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A.P.A. Associazione Psicoanalitica Abruzzese

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NEWS:

Nuovo evento: W.R. BION CLINICO : LA PSICOANALISI OGGI (pdf)

Giornate di studio 2011: "LA CLINICA PSICOANALITICA. TRANSFERT-SOGNO: modelli clinici a confronto"

Supervisioni di gruppo

Gruppi Psicoterapia

SERVIZIO ATTIVO:  Centro d'ascolto del Disagio Giovanile  (Consultazioni - Studi e  Ricerca)

Posti di uditori presso l'Istituto
Indirizzo scientifico Regolamento

 


 

INDIRIZZO SCIENTIFICO DELLA SCUOLA

L’ indirizzo scientifico della Scuola è di tipo psicoanalitico aperto alla complessità dei contributi delle diverse teorie psicoanalitiche. Ciò nondimeno la Scuola si prefigge un indirizzo specifico che tiene conto dei contributi classici della psicoanalisi (Freud, Abraham e Ferenczi), di quelli della Scuola inglese (Klein, Winnicott, Fairbain, Bion e dei loro allievi) e dei contributi originali più recenti(Scuola Argentina, Brasiliana e Cilena), oltre ovviamente, ai contributi teorici di psicoanalisti italiani.
In particolare l’impostazione teorica della Scuola pone un forte accento sui modelli e le teorie psicoanalitiche che concepiscono i fenomeni mentali non come realtà fenomeniche avulse da una matrice fisica, ma anzi proprio come funzioni dell’esperienza corporea, nelle loro manifestazioni sensoriali, emotive, percettive, di memoria, giudizio, ecc. Il pensiero psiconalitico partiva con Freud proprio dalla necessità di dare uno statuto epistemologico a quell’area intermedia che mette in connessione il somatico con lo psichico, e a cui Freud aveva dato nome di Inconscio, il missing link che consentiva di descrivere fenomeni altrimenti inspiegabili.
L’interesse di Freud per l’interrelazione tra processi somatici e fenomeni psichici perdurerà per tutto l’arco della sua vita e proprio su questo fonderà alcuni dei principi base della teoria e del metodo psicoanalitico. E’ sufficiente pensare al concetto di “pulsione”, al centro del pensiero psicoanalitico di inizio secolo, che Freud descriveva come rappresentante psichico di esperienze somatiche. All’inizio della sua storia il pensiero psicoanalitico, anche in ragione della sua derivazione dalla psichiatria tedesca e francese dell’Ottocento, considerava il corpo al centro delle vicende che portano alla costituzione dell’apparato psichico. Per esempio i contributi di Abraham e Ferenczi, due tra i più produttivi collaboratori di Freud, davano una notevole importanza all’esperienza del corpo e ne studiavano le eventuali implicazioni nell’ambito della psicopatologia.
A partire dagli anni ’30 questo tema viene progressivamente abbandonato quando, nell’ambito delle teorie psicoanalitiche internazionali prende progressivamente il sopravvento la teoria delle relazioni oggettuali (p. es. la Klein e la sua scuola) che spostava l’accento dalla relazione con il corpo alla relazione con gli “oggetti psichici” (in particolare la madre). Questa scuola di pensiero che ha fornito contributi essenziali al pensiero psicoanalitico, ha avuto tra l’altro il merito di andare ad indagare funzionamenti psichici che erano fino ad allora stati considerati irraggiungibili dalla psicoanalisi (con l’introduzione dell’analisi dei bambini o quella degli psicotici) ha però anche, nel corso degli anni, finito con dare eccessivo spazio agli aspetti “relazionali”, rappresentati in dinamiche intrapsichiche, lasciando poco spazio ad una metapsicologia che tessesse conto del dialogo tra corpo e mente.
Due autori di formazioni kleiniana, ma indipendenti nel pensiero e nella ricerca, torneranno invece ad affrontare questo tema: da un lato Winnicott con le sue ricerche sullo”psicosoma” e l’ipotesi di una matrice corporea del Self e dall’altro Bion che partendo dall’ipotesi freudiana della coscienza legata agli organi di senso costruisce una metapsicologia che parte proprio dagli “elementi beta”, cioè dai dati sensoriali, e ne studia il percorso fino a diventare elementi utilizzabili per il pensiero. Il pensiero di Bion avrà una particolare importanza nella storia della psicoanalisi per un aspetto che è centrale nel modello tecnico del “transfert e controtransfert” con tutte le implicazioni tecniche che questo comporta per spostare l’accento sul rapporto che l’analizzando stabilisce con se stesso e nello specifico, con le sue principali funzioni vitali. Per esempio il modo in cui l’analizzando tratta i dati sensoriali ed emotivi, le percezioni esterocettive e propriocettive, le sue capacità di giudizio e di conoscenza, diventa il tema principale dell’indagine psicoanalitica, lasciando sullo sfondo temi come quello del rapporto dell’analizzando con l’analista e delle sue proiezioni su di esso. Il transfert rimane la cornice essenziale del processo analitico, ma per l’appunto ne è solo la cornice: le raffigurazioni che prendono forma all’interno del quadro sono quelle dell’analizzando in relazione con se stesso.
Sia Winnicott che Bion hanno avuto molti allievi che hanno in parte arricchito il loro pensiero e in parte aggiunto nuovi elementi di indagine. L’italiano Gaddini, per esempio, riprende alcuni temi winnicottiani approfondendo tematiche relative alla relazione tra corpo, mente e dati sensoriali. Bion d’altra parte ha avuto molti proseliti in America Latina e nella nostra scuola verranno approfonditi i contributi teorici e clinici di argentini, cileni e brasiliani che hanno portato avanti in parte alcuni temi del pensiero di Bion.


L’interesse per la relazione tra corpo e mente inoltre pone al centro della ricerca e dell’insegnamento della scuola il tema del rapporto tra la psicoanalisi e la psichiatria. Noi consideriamo le particolari angolature caratterizzanti le due discipline come necessarie alla comprensione del funzionamento psico-fisico dell’individuo inteso come processo unitario, constatiamo viceversa la presenza di una sostanziale incomunicabilità tra il modello psicoanalitico e quello psichiatrico. Nel corso degli ultimi decenni abbiamo visto da un lato svilupparsi un modello psichiatrico riduzionista secondo il quale la psicoanalisi dovrebbe semplicemente prendere atto che non esiste una mente con sue funzioni proprie, ma solo un insieme complesso di circuiti neuronali mosso da leggi biologiche, chimiche e fisiche che producendo le nostre rappresentazioni e le nostre autorappresentazioni sono alla base di quella che chiamiamo coscienza. Dall’altro lato un modello psicoanalitico mentalista, modello sostenuto, implicitamente o esplicitamente, da buona parte del pensiero psiconalitico, che esclude completamente (o quasi) il corpo dalla formazione dei processi mentali, così che sensazioni, percezioni, emozioni e memoria o pensiero risultino essere delle semplici rappresentazioni astratte e incorporee. In questo venendo meno alle precise indicazioni fornite dallo stesso Freud relative alla funzione primaria del corpo sul quale si appoggiano le pulsioni e alla sua precisa formulazione del concetto di Io che è “prima di ogni altra cosa un Io-corpo”. Ci ritroviamo quindi di fronte ad una vecchia diatriba che da Descartes in poi anima il dibattito filosofico ed epistemologico. L’aspetto curioso è che ognuna delle due prospettive finisce con escludere proprio il corpo dalla conoscenza scientifica. Anche nella discussione portata avanti da buona parte dell’attuale pensiero psichiatrico e neurobiologico infatti la polemica è posta nei termini della relazione mente-cervello e quindi il corpo, inteso nella sua complessità ontologica, è nuovamente messo fuori gioco.
Fortunatamente però cominciano ad apparire ricerche che, a vari livelli, stanno cercando di restituire al corpo uno statuto centrale, un punto di partenza dal quale indagare sia le funzioni “cerebrali” (ipotesi neuroscientifiche) sia quelle “mentali” (ipotesi psicoanalitiche), con l’auspicio che possano un domani facilitare l’incontro tra conoscenze psicoanalitiche, antropologiche e neuroscientifiche in un campo epistemologico funzionale sia alla ricerca che all’intervento clinico. Nell’ambito della neurobiologia un contributo molto significativo in questo senso è quello fornito da A. R. Damasco che, nel suo ormai famoso L’errore di Cartesio, restituisce al corpo una funzione essenziale.
In ambito psicoanalitico le vecchie indicazioni di Freud sopra citate non sono andate completamente perdute. Come abbiamo visto vari Autori si sono occupati in passato con un certo interesse della relazione che intercorre tra processi corporei e processi mentali e tra questi vale la pena di ricordare – solo a titolo di esempio – W. C. Scott (1948), D. W. Winnicott (1949), A. Aberastury (1958), P. Heimann (1958) e qui da noi E. Gaddini (1980). Ma se molti di questi Autori avevano ben compreso che il corpo con la sua fisicità non può essere dimenticato da chi si occupa dei processi psichici è ad Armando B. Ferrari che dobbiamo riconoscere il merito di aver restituito al corpo un ruolo centrale nella costituzione della soggettività. Ferrari compie proprio questa operazione quando scrive che “Il corpo è l’oggetto per eccellenza della mente, ed è la sua realtà prima.” (L’eclissi del corpo – Borla, Roma 1992 – p. 29-30). Il primo dialogo che ha luogo nell’individuo e di cui si dovrebbe occupare la psicoanalisi è proprio quello tra la mente e il corpo, cioè tra il soggetto e se stesso definendo una sorta di alterità di base.
Secondo questa chiave di lettura l’apparato psichico è visto come una funzione della corporeità: immanente nel corpo del neonato esso si attiva fin dalla registrazione del dato sensoriale (paragonabile al concetto di annotazione psichica enunciato da Freud) con lo scopo di proteggere la dimensione corporea dall’eccesso marasmatico di sensorialità ed emozionalità. Sensazioni ed emozioni che, se filtrate e quindi attenuate nella loro intensità e discriminate nella loro specificità, permettono un più ampio dispiegamento delle potenzialità insite in ognuno e al contempo proteggono il sistema dalla autodistruzione per eccesso di sensorialità e di impulso vitale. Il corpo è quindi considerato come presenza attiva, in grado di trasmettere sensazioni e di attivare fin dal primo istante di vita l’apparato psichico che andrà sviluppandosi ed affinandosi progressivamente e con il quale andrà stabilendo una relazione dialettica, che si articolerà in momenti di maggiore o minore conflittualità e armonia. In questa prospettiva la mente è dunque un prodotto della corporeità ed ha come unico oggetto il corpo stesso che l’ha generata. Di particolare importanza sarà quindi proprio la relazione che ogni individuo stabilisce con se stesso e la conseguente capacità di contenere, gestire ed elaborare sensazioni ed emozioni provenienti dal corpo. La visione secondo la quale l’individuo si costituisca unicamente come “risultante” delle relazioni con il mondo esterno (madre, padre, famiglia, scuola, lavoro, ecc..), viene modificata a favore di una lettura dello sviluppo individuale più centrata sulla relazione dell’individuo con se stesso come modello di base. L’ambiente esterno __inteso nella sua accezione più ampia__ cessa di rappresentare l’oggetto principale della mente, pur mantenendo tuttavia una sua rilevanza in quanto assume la imprescindibile funzione di costituire quel contesto emotivo, affettivo, linguistico, e culturale che fornisce gli strumenti specifici necessari per poter rendere dicibile e simbolicamente rappresentabile la relazione tra corpo e mente.
La relazione tra corpo e mente costituisce quindi un sistema dinamico le cui alterne vicende in connessione con le vicissitudini della vita lasciano emergere ora l’uno ora l’altro degli aspetti che lo compongono. Ad esempio durante le fasi della vita, come l’adolescenza, o in situazioni che si configurano particolarmente critiche per l’individuo, il corpo arriva a manifestarsi in modo prorompente e ed inaccettabile per un apparato psichico che non riesce ad assolvere alle proprie funzioni. In questa prospettiva corpo e mente sono co-protagonisti ed indissolubili interlocutori, che hanno pari rilievo nelle vicende analitiche.
Nella ricerca di dicibilità e rappresentazione mentale delle sensazioni e delle emozioni si vanno attivando dei codici comunicativi, dei registri di linguaggio che non essendo ancora linguaggio, ne costituiscono tuttavia il substrato: tra questi vengono annoverati il registro di linguaggio onirico, quello allucinatorio, delirante, fobico ossessivo, psicotico. Fondamentale per l’analista riuscire a sintonizzarsi con lo specifico registro di linguaggio che l’analizzando adopera in modo prevalente, per sostenerlo nella ricerca di altri registri di linguaggio, alfine di favorire e potenziare la dicibilità all’interno del sistema.
Il porre l’attenzione sulle alterne vicende della relazione tra dimensione corporea e funzione psichica permette di sviluppare una prospettiva teorico-clinica specifica, non tanto interessata a stabilire ciò che è sano per distinguerlo da ciò che è malato, ma interessata a potenziare le possibilità insite in ogni specifico sistema individuale, anche in condizioni particolarmente critiche che accompagnano l’alternarsi di fasi del ciclo vitale funzionali al sistema stesso.
In questo senso l’approccio psicoanalitico che proponiamo, nello specificare i propri presupposti e le proprie metodologie, può confrontarsi con altre discipline e metodologie come la psichiatria e la psicofarmacologia, creare aree di interdisciplinarietà e di confronto scientifico.
Nella prospettiva proposta, l’individuo è considerato potenzialmente capace di rintracciare all’interno di se stesso i propri significati anche se talvolta bloccato dall’emergere di angosce invasive e saturanti e la relazione analitica in quanto sistema dinamico, assume la funzione di catalizzatore delle sue potenzialità. La funzione analitica non consiste quindi nel rintracciare una presunta “verità”, riferendosi ad un a priori teorico dell’analista, ma nel creare le condizioni favorevoli affinché nell’analizzando si attivino processi di pensiero. Per questo, più che sui contenuti, si focalizza l’attenzione sui modi e sulle forme del dire dell’analizzando e più che l’interpretare, assume rilevanza la formulazione dell’analista di “proposizioni analitiche”, che nel loro valore di imput nel qui ed ora di ogni singola seduta, tendono a sollecitare nell’analizzando curiosità, ricerca di equilibri più funzionali al vivere e responsabilità verso se stesso.

 

 

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